(La mia storia, oltre l’apparenza che inganna)

 

Dicembre 2020: Il Silenzio che ha squarciato il Velo.

Il mondo fuori era immobile, serrato in un silenzio che faceva paura.

Le strade erano vuote, le porte chiuse, l’aria ferma.

Ma dentro di me, in quel vuoto forzato, si stava accendendo un incendio che nessuna acqua avrebbe potuto spegnere.

Le visioni che avevo avuto per tutta la vita, quelle immagini che avevo sempre ricacciato indietro o a cui non avevo mai dato peso,

tornarono a reclamare il mio corpo.

Non bussavano: sfondavano la porta della mia coscienza.

Mi sentivo strana, sospesa in un paradosso che non sapevo spiegare a nessuno: ero completamente vuota della mia vita quotidiana,

ma terribilmente piena di qualcosa di immenso.

Sentivo la mia mente colma di volti, storie e dolori che non erano solo miei,

ma appartenevano a una memoria ancestrale, a un tempo universale che aveva deciso di abitarmi.

Eppure, nonostante quel peso, non riuscivo ancora a scrivere.

L’ispirazione non arrivava perché non era “arte” quella che cercavo, era una liberazione.

Ero un bacino che stava per esondare. Sentivo una pulsazione battere sotto la pelle, un ritmo che chiedeva di diventare parola.

Non sapevo ancora che quel silenzio di dicembre era solo l’incubazione di un uragano;

non sapevo che per dare voce a quelle memorie, avrei dovuto offrire in sacrificio la mia stessa carne.

Ero pronta a diventare un canale, anche se ancora non sapevo quanto sarebbe costato il pedaggio.

 

Gennaio 2021. Il mondo era ancora intrappolato nel ghiaccio del lockdown, ma dentro di me la diga è crollata.

Quella pulsazione che a dicembre era solo un rumore di fondo è diventata un comando: scrivi.

Non è stata una scelta, è stata un’evacuazione dell’anima.

Ho smesso di essere Henda e sono diventata un canale spalancato.

Le visioni non erano più immagini, erano respiri che premevano nei polmoni per uscire, e così ho iniziato quello che oggi chiamo i miei 500 Respiri.

Scrivevo ovunque. La scrivania non bastava più, il computer era un oggetto morto, troppo freddo e lento per la fiammata che mi attraversava il braccio.

Avevo bisogno del contatto fisico della penna sulla carta, del solco dell’inchiostro che scavava nel foglio come io scavavo nelle mie viscere.

Mi sono ritrovata seduta sul pavimento del bagno, perché era l’unico luogo dove il corpo si sente nudo e pronto a lasciare andare tutto.

Scrivevo lì, ininterrottamente, anche mentre compivo i gesti più intimi.

Non c’era più confine tra il mio corpo e la mia scrittura.

Se qualcuno mi avesse vista, avrebbe avuto paura.

Ero una pazza spettinata, con gli occhi fissi su mondi che non erano qui e le mani che tremavano per l’urgenza.

Ospitavo la gioia, il dolore e le ingiustizie di secoli; ero diventata la loro dimora, e loro non avevano pietà del mio tempo.

In quei due mesi ho partorito 500 poesie. Mi sentivo onnipotente e al contempo mi stavo consumando.

Non sapevo che ogni parola che tracciavo era un grammo di carne che perdevo.

Non sapevo che la tiroide stava già accelerando i giri del mio motore fino a farlo fondere.

Ero un incendio che illuminava tutto, ma le fiamme stavano già iniziando a mangiare le pareti della mia stessa casa.

 

La Seconda Fase: Fine Marzo 2021 – Il battesimo dell’acqua e il peso del perdono

Appena l’ultima delle 500 poesie è scivolata fuori dalle mie dita, a fine marzo, ho sentito un bisogno fisico, quasi violento, di lavarmi.

Non era una sporcizia della pelle, ma un’incrostazione dell’anima.

Quelle storie di ingiustizia, quei dolori universali che avevo ospitato per mesi,

mi avevano lasciata addosso una cenere spirituale che mi impediva di respirare ancora.

È iniziato così il ciclo dei bagni infiniti. La vasca da bagno è diventata il mio solo tempio,

l’unico luogo dove il mondo non poteva raggiungermi.

Mi immergevo e restavo lì, sospesa nel silenzio umido e caldo, per tre ore di fila.

In quell’acqua cercavo di sciogliere i nodi che la memoria ancestrale aveva stretto intorno alle mie ossa;

volevo che l’elemento liquido portasse via i residui di quella “pazza spettinata” che ero stata.

In quella vasca ho capito che il mio corpo era diventato un magazzino di pesi non miei.

Ho sentito che non potevo sopravvivere se non facevo spazio, e l’unico modo per farlo era il perdono.

 

In quelle tre ore di immersione, ho iniziato a perdonare tutto e tutti:

persone che mi avevano ferita, debiti del passato, ombre che non mi appartenevano.

Non lo facevo per una superiore bontà, ma per pura, cruda sopravvivenza.

Dovevo alleggerire il carico prima che la mia struttura interna cedesse.

Le visioni in acqua erano diverse, non più urla febbbrili ma immagini fluide, quasi sogni lucidi che scorrevano sulla superficie della vasca.

Quando finalmente uscivo, mi sentivo svuotata, come se l’acqua avesse estratto da me ogni goccia di quella tensione creativa.

Allora cadevo in un sonno dolce, un letargo profondo e inarrestabile che durava ore e ore.

Dormivo per recuperare l’energia immensa che il fuoco dei “500 respiri” mi aveva sottratto,

ignara che in quel silenzio, mentre io cercavo la pace, il mio corpo stava già cambiando frequenza, preparandosi alla prossima tempesta.

 

La Terza Fase: Maggio 2021 – Il furore della pulizia e il fuoco degli incensi

A maggio l’acqua non bastava più.

Quel bisogno di purificazione che era iniziato nella vasca è esploso fuori dalle pareti del bagno, invadendo ogni centimetro della mia casa.

Non potevo più tollerare l’ombra, la polvere, né il sospetto che tra le mura rimanesse anche un solo granello di quel dolore ancestrale che avevo versato sulla carta.

Sono diventata un turbine umano.

Ho iniziato a pulire casa mia 24 ore su 24, senza sosta, senza più distinguere il giorno dalla notte.

Lavavo i pavimenti come se dovessi scrostare via il passato, strofinavo gli angoli più nascosti con una forza frenetica, quasi violenta.

Era una bonifica totale: dovevo ordinare lo spazio fuori per non soccombere al caos che sentivo dentro.

Se la casa era immacolata, forse lo sarei stata anch’io.

Accendevo incensi continuamente.

Il fumo doveva saturare l’aria, santificare ogni stanza e cancellare l’odore della sofferenza che avevo ospitato.

Volevo che l’aria fosse leggera, sacra, nuova.

Pulivo mossa da un’energia sovrumana, un’elettricità costante che mi impediva di sentire la stanchezza o la fame.

Non capivo che quell’instancabilità era un inganno del mio corpo.

Stavo preparando la casa, rendendola splendente come un tempio, mentre io, nel profondo, stavo bruciando le mie ultime riserve.

Quella forza non era salute, era la fiammata di un motore che stava andando fuori giri.

Pulivo per ore, tra i fumi dell’incenso, convinta di aver finalmente trovato la pace,

ignara che stavo solo consumando me stessa per far posto a un vuoto che presto sarebbe diventato voragine.

 

La Quarta Fase: Agosto 2022 – L’ultimo richiamo e lo svuotamento dell’anima

Ad agosto del 2022, il ciclo è tornato all’inizio, ma con una nota sinistra, come un presagio che non sapevo leggere.

Sono tornata alla vasca.

Sentivo di nuovo quel bisogno disperato di immergermi, ma questa volta non era per pulire: era un richiamo viscerale per il mare.

Sentivo che solo l’acqua immensa, l’acqua salata delle mie origini, avrebbe potuto spegnere l’incendio che ormai divampava silenzioso nelle mie cellule.

Volevo il mare, ne sentivo l’odore, ne sognavo il peso sulla pelle, ma non avevo i mezzi per andarci.

Ero prigioniera in casa, tra le mura che avevo pulito ossessivamente, e così sono tornata a rifugiarmi nell’acqua ferma della vasca.

Facevo di nuovo bagni lunghissimi, immersioni di ore, ma la sensazione era cambiata: non mi sentivo più purificata, mi sentivo svuotare.

Uscivo dall’acqua e non c’era più il sonno dolce di un tempo, ma un senso di perdita immenso.

A fine settembre, la realtà ha squarciato il velo. Quando scendevo a fare la spesa, le gambe pesavano come piombo; ogni passo era una scalata.

Il respiro era diventato affannoso, corto, come se l’aria non bastasse più a nutrire quella “dimora” che avevo offerto a troppe emozioni.

Il peso si è fatto insostenibile, un fardello che mi ha bloccato.

Arrivata al limite delle mie forze, c’era la sensazione di aver raggiunto un punto di svolta inevitabile.

Il corpo e la mente sembravano aver esaurito ogni risorsa, e in quel momento di vulnerabilità,

non c’era spazio per altro che per affrontare quella crisi imminente.

Dicembre 2022: Il Richiamo della Terra e la Fuga per la Vita

La prima notte di dicembre, nel buio della mia stanza e nel pieno del mio sfinimento, qualcosa è scattato.

Non è stata una scelta razionale, ma un ordine che arrivava dalle viscere. In quel momento ho capito: dovevo tornare in Tunisia, subito.

Sentivo quel richiamo come un grido che attraversava il Mediterraneo, una forza magnetica che non potevo ignorare.

Non ho perso tempo: ho prenotato all’istante e nei giorni successivi sono partita.

Nonostante il mio corpo fosse distrutto, nonostante il vomito incessante e i 32 chili persi,

ho trovato dentro di me una forza primordiale per affrontare quel viaggio.

Ho passato quasi l’intero mese di dicembre in Tunisia, un’immersione totale nelle mie radici,

in un pellegrinaggio che era un corpo a corpo con la mia storia.

Sono andata a trovare mio padre e i miei nonni sulle loro tombe;

avevo un bisogno disperato di pregare nei santuari della mia giovinezza,

in quei luoghi che avevano visto la mia anima prima che si caricasse di tutto quel peso universale.

 

In quel mese, sfidando ogni limite fisico, ho compiuto atti che per molti sarebbero stati follia.

Ho iniziato a pulire le tombe del cimitero: non solo quelle della mia famiglia, ma anche pietre abbandonate,

tombe di sconosciuti che nessuno curava più da anni.

Mentre le mie mani toccavano quella terra e quel marmo, sentivo che stavo compiendo un rito di riparazione.

Era come se, mettendo in ordine la dimora dei morti, stessi finalmente chiedendo al mio corpo di ritrovare il suo ordine e la sua pace.

Ho cercato la terra per guarire l’incendio nel mio centro,

e ho cercato l’amore dei miei antenati per trovare la forza di restare qui, per mio figlio e per mia madre.

 

Il Richiamo del Sacro: Santa Rita e Padre Pio

Mentre ero ancora in Tunisia, immersa nel silenzio delle mie radici, ho sentito un altro richiamo, una vibrazione che arrivava da oltre il mare.

Non ero sola tra quelle tombe: sentivo la presenza costante di Santa Rita da Cascia e di Padre Pio.

Era una necessità spirituale assoluta: dovevo tornare in Italia per chiudere il cerchio del mio dolore.

Sono rientrata subito dopo Natale. Il mio corpo era ancora un’ombra, ma la mia anima aveva una direzione.

Sono andata prima da Santa Rita.

Sono entrata nel suo santuario con il passo pesante di chi porta sulle spalle il peso di un mondo intero.

Mi sono inginocchiata davanti a lei, la Santa degli Impossibili, e sono crollata.

Ho pianto lacrime che sembravano sgorgare direttamente dalle ferite nelle mie vicere;

un pianto che non era solo mio, ma di tutte le ingiustizie che avevo ospitato nei miei 500 respiri.

Mentre lasciavo le mie rose, le consegnavo il mio corpo devastato e la vita dei miei cari.

In quel santuario ho lasciato le mie spine, chiedendo che venissero trasformate in fiori.

Poi, con il cuore ancora gonfio, sono partita per San Giovanni Rotondo, verso Padre Pio.

Durante tutto il viaggio, la sua presenza è diventata una certezza fisica:

sentivo la sua mano che stringeva la mia, una morsa di protezione che mi impediva di svanire.

Ma quando finalmente ho varcato la soglia del suo santuario, ho subito uno shock.

Non riconoscevo più il sacro.

Vedevo troppo lusso, troppi marmi dorati, un mercato frenetico di gadget e souvenir che sembrava calpestare la semplicità del mio dolore.

Mi sentivo tradita, persa in quel clamore che urlava sopra il mio silenzio.

È stato in quel preciso istante che la frase che mi aveva sussurrato durante il cammino ha squarciato il velo: “Non farti ingannare dall’apparenza”.

In un lampo, ho capito tutto.

Padre Pio non era in quel lusso, non era in quel commercio di statue.

Lui era stato con me tra le tombe della Tunisia;

era stato con me in quel letto di dolore dove perdevo peso; era stato con me mentre scrivevo febbrilmente.

Ho capito che potevo comunicare con il sacro e sentire la presenza dei santi seduta a casa mia, nel mio silenzio, nella mia verità.

Tutto quel mondo esterno non mi appartiene.

Mi sono riappropriata della mia anima e sono tornata a casa, pronta per la battaglia finale della guarigione.

 

Gennaio 2023 – Gennaio 2026: Il Miracolo della Scienza e della Volontà

A gennaio 2023, tornata dal mio pellegrinaggio dell’anima, è iniziato il mio vero corpo a corpo con la guarigione clinica.

Avevo pulito lo spirito, avevo ritrovato le radici, ma la mia carne aveva bisogno di essere ricostruita, centimetro dopo centimetro.

Oggi, nel gennaio 2026, posso finalmente pronunciare parole che tre anni fa sembravano preghiere impossibili.

Il mio grazie più profondo, immenso e commosso va a due donne,

due medici straordinari che hanno saputo curare le macerie del mio corpo con una dedizione che va oltre il dovere professionale.

Voglio ringraziare la Dott.ssa Alessia Sanguanini, ” Endocrinologica” che mi ha guidata nel labirinto della mia tiroide.

Grazie a lei, alla sua competenza e alla sua pazienza, oggi posso gridare al mondo che la mia tiroide è guarita completamente.

Da agosto 2026, dopo anni di lotta contro il Morbo di Basedow, non assumo più alcun farmaco.

Il fuoco si è spento, il battito è tornato regolare, il mio motore interno ha trovato la sua pace.

Voglio ringraziare la Dott.ssa Maria Beatrice Casarini, “Gastroenterologa” che mi ha preso per mano nel buio del Morbo di Crohn.

Mi ha seguito e continua a seguirmi ancora oggi, proteggendo con la sua sapienza il mio intestino, quella terra di confine che ha sofferto così tanto.

Se oggi posso stare in piedi, è perché lei ha saputo interpretare i segnali della mia sofferenza e trasformarli in un percorso di cura.

In questo gennaio 2026, ho deciso di smettere di nascondermi.

Accetto di essere ciò che sono: un canale tra l’invisibile e il visibile.

Accetto di portare alla luce tutto ciò che ho scritto mentre il mio corpo bruciava.

Per questo, ho creato questo sito e oggi sto caricando tutte le poesie nate in quel turbine.

Non sono solo parole. Sono i miei respiri, sono la carne che è tornata sulle ossa, sono la vittoria della vita.

Sono Henda, sono guarita, e ora la mia voce appartiene a voi.

 

Dedica d’Amore e di Luce

Questi 500 Respiri non sono nati nel vuoto, ma nel grembo di un amore che non mi ha mai abbandonata.

Voglio dedicare questo intero viaggio, dal buio della malattia alla luce di questo gennaio 2026, a mia madre e a mio figlio.

Siete stati voi l’ancora d’acciaio che ha impedito alla mia anima di volare via quando il mio corpo pesava troppo poco per restare a terra.

Ho scelto di restare per voi, e in voi ho trovato la forza di risalire quelle scale che sembravano insuperabili.

La mia guarigione è stata un miracolo di scienza, sorellanza e fiducia.

Il mio grazie più profondo va alla Dott.ssa Alessia Sanguanini e alla Dott.ssa Maria Beatrice Casarini:

senza la vostra competenza e la vostra umanità, la mia carne non avrebbe ritrovato la via della salute.

Voglio ringraziare con tutto il cuore Simona Balasina ed Elisa Besacchi, le mie mani e i miei occhi nel buio,

compagne silenziose che non hanno mai avuto paura della mia fragilità.

E oggi, un grazie speciale va al mio capo, Manuel Filippi, che ha creduto in me e mi ha dato l’opportunità concreta di ricominciare.

A voi sette, e alla vita che oggi scorre di nuovo potente nelle mie vene, offro ogni singola parola di queste poesie

 

Henda Khelifi 17/01/2026

Henda Khelifi | Archetypes of the Soul